In morte di Antonio Gramsci

Per gli assenti e i subalterni della pandemia

Quest’anno la commemorazione della morte di Antonio Gramsci, ci coglie nella situazione inconsueta dell’isolamento, della insicurezza, della malattia e della morte che ci passano a fianco. Non saranno possibili celebrazioni pubbliche e mancherà a tutti la possibilità del ricordo condiviso della sua memoria. Anche questa situazione può trasformarsi in un’opportunità se le riflessioni gramsciane saranno usate da ciascuno per guardare ai fatti della nostra quotidianità. In questo modo Antonio Gramsci sarà ciò che realmente è, ovvero un riferimento ideale, ma ancora di più politico, che vive nella prassi di quanti scelgono di non essere indifferenti davanti alla realtà, anche nella sua crudeltà. È questo il significato di questa riflessione che condividiamo, non per vano elogio del sapere critico, né per uno stato del sentire, ma nel senso più ampio dell’azione politica, nel senso della partecipazione.

Sono molti gli strumenti che Gramsci ci mette a disposizione nel tentativo di comprendere cosa sta accadendo in questi ultimi mesi, a partire dal momento in cui il Covid-19 ha travolto le esistenze individuali, le abitudini collettive e le scelte politiche del governo centrale e dei governi regionali, spesso in conflitto tra loro, che sono intervenuti in ambiti fondamentali come la sanità, l’istruzione, il lavoro.

Nel corso delle settimane si sono susseguiti i tragici bilanci della pandemia e le nostre anime sono state travolte dal senso di insicurezza e di paura che la malattia e la morte, così vicina e incontrollabile, ha suscitato. Sulla scia di questi sentimenti si è parlato di un senso condiviso di umanità, espresso damolte
forme spontanee di solidarietà e di aiuto reciproco nelle città, nelle periferie, nei quartieri popolari, tra famiglie, persone sole, giovani e anziani. Ci si chiede se resisteranno quando, nei mesi a venire, si creeranno inevitabili conflitti tra poveri per accedere ai pochi mezzi di sussistenza messi a disposizione dallo stato, in un contesto impoverito e intriso di insicurezze e disuguaglianze.

La solidarietà organizzata che interviene abitualmente a sostegno dei più poveri, e che lo Stato continua a delegare alla Chiesa e agli attori del terzo settore, ad associazioni e volontari (come se i più poveri non avessero diritti ma solo bisogni elementari da soddisfare, a cui le organizzazioni religiose o la beneficienza sanno provvedere), anche in questa emergenza si è rivelata il primo e prevalente aiuto ai più deboli. Oltre ai beni di prima necessità sono stati forniti servizi di assistenza legale, di consulenza e supporto tecnico. Gli interventi pubblici sono stati tardivi e comunque insufficienti rispetto ai bisogni concretamente emersi. Ci si sarebbe aspettato, tra gli altri, un maggiore impegno della pubblica amministrazione nel supporto ai cittadini per il disbrigo delle pratiche e per la risoluzione delle controversie.

Che direbbe Gramsci di questo?
E cosa è accaduto in queste settimane non all’umanità, ma agli uomini e alle donne, di ogni età, di ogni appartenenza politica, etnica, in ogni parte del mondo? La pandemia è stata descritta come una crisi, ma non è stata trattata come tale. Infatti, le crisi, anche nella loro drammaticità sono occasioni non ordinarie che segnano una rottura tra ciò che è stato e ciò che deve ancora venire. Che cosa è successo e cosa succederà dopo sono le dimensioni da tenere a mente se si vuole, davvero, non solo comprendere, ma soprattutto agire per cambiare.

Nel corso degli ultimi mesi la crisi sanitaria è stata rappresentata come l’interruzione del flusso rassicurante della quotidianità, la sospensione delle attività e dei pensieri, l’impossibilità di seguire e inseguire gli impegni di ciascuno, principalmente di una classe media di cui si sono offuscate le incertezze e le reali condizioni di vita. Da qui il timore dei rumori prodotti dalle vite domestiche, dal contatto con gli altri, anche quelli più vicini con i quali si sono condivisi spazio e tempo secondo modalità totalizzanti a cui non si è più abituati. In tutto questo, è stato rassicurante sapere che si sarebbe potuto comprare tutto, come al solito e più del solito, facilitati anche dalle consegne a domicilio!

Ma la realtà è stata davvero questa? No, questa è la rappresentazione fornita dalle classi privilegiate e dominanti che, scomparse nelle loro certezze, anche nella crisi, hanno pensato a sé, a mantenere intatti i propri privilegi, riducendo al minimo le modeste privazioni che l’epidemia avrebbe potuto portare nelle comode vite di case spaziose e pulite, piene di cibo, strumenti tecnologici e confort capaci di continuare a garantire comunque una vita rassicurante. La
rappresentazione pubblica ha riguardato, ancora una volta, una non meglio identificata classe media stereotipata nel modello di famiglia a due redditi da lavoro dipendente che mantiene una rasserenante vita quotidiana. Come sappiamo questa è solo una porzione di un insieme più ampio di individui e famiglie che riesce a vivere dignitosamente se, e solo se, imprevisti e perdite del lavoro non ne sconvolgono equilibri sempre più fragili.

Nella crisi sono scomparsi in tanti e tante, non perché deceduti, ma scomodi, imbarazzanti rispetto alle comode vite. All’improvviso sono definitivamente scomparsi coloro che non hanno un’abitazione in cui stare in quarantena, quelli che vagano per le strade senza meta e che infastidiscono quando chiedono l’elemosina. Sono scomparsi quelli che vivono in abitazioni malsane e affollate, o in case fatiscenti di complessi abitativi privi dei servizi essenziali. Sono scomparse le incertezze dei lavoratori a giornata, di quelli impiegati e sfruttati in lavori in nero, ma anche quelli sottopagati e sfruttati in lavori che forniscono beni e servizi a clienti sempre più esigenti. Le incertezze, le solitudini degli anziani soli, dei malati nel corpo e nell’anima, delle persone migranti che hanno faticato ancora di più a trovare sostegno perché qualificati anche come “untori”. Sono scomparsii poveri del mondo, quelli che vivono nelle baraccopoli delle metropoli dove curarsi non è mai consentito, le bambine e i bambini privati dell’istruzione, di una casa, spesso delle possibilità di vivere. Sono scomparse le vittime dei regimi e i detenuti di tutto il mondo per i quali non può esserci pietà, né diritti, soprattutto nella crisi.

Verrebbe da chiedersi se i subalterni possono parlare. La risposta sembra essere negativa. Dovrebbero tacere, se non sparire perché la loro presenza, anche silenziosa, urla che anche nella crisi non siamo tutti uguali. Se guardiamo oltre il nostro piccolo individuale e rassicurante orizzonte, ci appaiono le disuguaglianze. Nel tentativo di mantenere le vite comode dei dominanti, esse si sono silenziosamente manifestate. Anche a volere osservare le realtà più vicine, non si possono tacere i divari digitali che hanno impedito a molti ragazzi e ragazze di istruirsi. La didattica online non è stata più democratica di quella d’aula. Si sono rese manifeste le disuguaglianze nelle possibilità di cura, la debolezza strutturale dei sistemi sanitari e socio-assistenziali che hanno esposto al rischio e alla morte degenti e personale. Le carenze di presidi sanitari attrezzati e un’adeguata presenza di personale medico e infermieristico, conseguenti dai continui tagli alla sanità pubblica hanno amplificato gli effetti della crisi sanitaria. Si sono manifestate le disuguaglianze derivanti dal lavoro. Sono emerse le dimensioni reali del lavoro sommerso, le aree grigie del mercato del lavoro, dove transitano gli outsider che non hanno diritti e che saranno esclusi anche dalle forme di sostegno al reddito eventualmente messe a disposizione dallo stato.

Lavori precari, malpagati, non garantiti, senza diritti sono le uniche opportunità per tanti, troppi, che ogni giorno sopravvivono sperando che non accada nulla che spezzi quel fragile legame con la sopravvivenza, come dimostrano i dati sui pasti erogati dalla Caritas e le richieste per il sostegno al reddito. A dare loro voce sono in pochi e spesso non presenti nei circuiti più comuni e diffusi della comunicazione. Per trovare traccia di queste esperienze è necessario scoprire un sistema di comunicazione pubblica che esiste, ma ancora poco noto.

In contrapposizione è apparsa con più evidenza la forza della produzione capitalistica e la sua voce. Nel dibattito pubblico e politico tenere aperti i luoghi della produzione è stato al centro dello sforzo politico senza che vi sia mai stato un esplicito riferimento ai rischi per i lavoratori diretti, dell’indotto, della distribuzione. Il decisore politico ha scelto questa via. Ha esercitato il suo potere politico di direzione trasformando la medicina nell’egemonia della narrazione scientifica della pandemia fornita dai tecnocrati. Questi rendono oggettiva la scienza trasformandola nella realtà condivisa fino a farne ideologia. Si crea così un artefatto dibattito pubblico animato dal caos delle polemiche politiche pretestuose e rumorose, nel conflitto istituzionale tra Stato e Regioni, nell’affanno di una emergenza mai affrontata, nella dilatazione degli spazi “social” di comunicazione popolati da milioni di opinioni superficiali e spesso manovrate. Ci sono però anche altre contro narrative per le quali le arene virtuali sono le uniche a concedere visibilità pubbliche.

La crisi può costituire un’occasione per esercitare il pensiero critico e il conflitto. Sono questi i fantasmi dei decisori politici di tutto il mondo. A tali fantasmi bisogna preventivamente impedire di circolare tra gli uomini e le donne. Il consenso rispetto alla certezza che tutto tornerà come prima, che tutto andrà bene, è l’arma più forte dello stato che risponde alle richieste dei gruppi dominanti. Si riparte dalla produzione che non può attendere la sospensione dell’ordine capitalistico e con essa i privilegiati che se ne alimentano.

Il capitalismo proseguirà, come prima e più di prima, senza ripensamenti.

Sarebbe facile abbandonarsi al pessimismo della ragione, ma è il tempo dell’ottimismo della volontà che si alimenta, in primo luogo, nell’esercizio del pensiero critico.

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