Gramsci e Sraffa: un’amicizia sfolgorante

di Pietro Maurandi

“E’ una disgrazia senza l’uguale.” Così scrive Sraffa il 27 aprile del 1937. Il suo amico più caro, Antonio Gramsci, era morto quella mattina per i postumi di una tubercolosi contratta nel carcere in cui lo aveva rinchiuso da dieci anni il regime fascista.
Da quelle parole si può rilevare come l’amicizia fra Gramsci e Sraffa si possa definire sfolgorante, come lo stato di cose e i rapporti fra persone che sembrano assopiti ma basta poco perché riemergano e risplendano alla luce del sole.
Gramsci e Sraffa erano separati da molte cose:
-da interessi diversi, l’uno economista e l’altro uomo politico e filosofo, lontano dalla teoria economica;
-da diverse previsioni, allorché Gramsci era convinto che il fascismo sarebbe durato poco, spazzato via dalla immancabile reazione della classe operaia, mentre l’altro era sicuro che si sarebbe consolidato e che sarebbe diventato un regime;
L’uno, convinto che la rivoluzione proletaria fosse alle porte, pensava che bisognasse prepararsi a organizzarla e a guidarla. L’altro sosteneva che contro il fascismo dilagante fosse necessario costruire una unità d’azione fra comunisti, socialisti e anche con la parte democratica della borghesia, gente come Gobetti e Amendola, con la parola d’ordine della Repubblica e della Assemblea costituente.
Divisi su valutazioni, previsioni e proposte, almeno fino a quando il fascismo non svelerà per intero la sua forza e la sua natura, ma uniti da un filo che nulla e nessuno riuscì a spezzare. Nemmeno la morte.
Si erano conosciuti a Torino, per opera di un vecchio professore di Letteratura Italiana, Umberto Cosmo, che aveva forse intuito, come a volte succede ai vecchi professori, le potenzialità nascoste nell’intelligenza dell’uno e dell’altro.
Incontro all’apparenza improbabile. Uno, Antonio per gli amici Nino, proviene da una terra povera e avara, da una famiglia con un padre dalla vita difficile, condannato per peculato, concussione, falso in atti, e poi amnistiato per la lieve entità dei fatti, che lavorava all’ufficio del catasto. Una famiglia di sette figli, cresciuti da una madre piena di amore, di forza e di coraggio, che va avanti vendendo l’eredità, tenendo a pensione il veterinario, cucendo camicie.
L’altro, Piero, è nato a Torino, cresciuto fra Torino e Milano, le città più ricche e più vivaci del paese, in una famiglia borghese, con il padre professore di Diritto Commerciale nell’Università, antifascista e più volte minacciato e aggredito da gruppi di giovani fascisti.
Anche Piero è antifascista e amico dei socialisti e dei comunisti.
Due persone e due storie che non potevano essere più diverse per vicende famigliari e per interessi culturali. Ma aveva avuto ragione Umberto Cosmo: due intelligenze e due personalità fatte per incontrarsi e per capirsi, anche quando non erano d’accordo.
Sraffa si occupa di Economia, si era laureato con Luigi Einaudi con una tesi sull’inflazione in Italia durante la guerra.
Nel 1925 ha scritto un saggio in cui critica Alfred Marshall, pubblicato su Annali di Economia, la più importante rivista italiana di teoria economica. Marshall era un mostro sacro per gli economisti, che aveva lasciato una folta schiera di allievi, fra i quali Keynes, suo successore nell’Università di Cambridge. Con quello scritto, Sulle relazioni fra costo e quantità prodotta, Sraffa rilevava alcune contraddizioni nelle teorie di Marshall.
Keynes nota lo scritto, chiede a Sraffa di riscriverlo in inglese e nel 1926 lo pubblica su Economic Journal da lui diretto. Gli chiede poi di andare a Cambridge per tenere un corso annuale sull’argomento trattato.
Frattanto, il suo amico Gramsci era tornato in Italia dalla Russia, fidando sull’immunità parlamentare, che gli spettava perché era stato eletto in Parlamento nelle elezioni dell’aprile del 1924.
Aveva steso con Togliatti le Tesi per il Congresso di Lione, il terzo Congresso del PCd’I che si svolge in quella città il 20/26 gennaio del 1926.
Le tesi vengono approvate dal gruppo ordinovista e Bordiga -fino ad allora segretario del partito – viene messo in minoranza.
A Lione Gramsci viene eletto segretario del partito. Poi torna a Roma fidando nell’immunità parlamentare. Ma il 5 novembre di quell’anno il fascismo scioglie i partiti di opposizione e sopprime la libertà di stampa.
Nel marzo del 1926 Sraffa vince il concorso per la cattedra di Economia Politica nell’Università di Cagliari. Qui succede a Antonio Graziadei, da lui ben conosciuto, cui è legato anche da rapporti famigliari di amicizia. Già dirigente socialista, Graziadei era stato deputato del partito socialista fin dal 1910, quando era stato eletto nelle elezioni suppletive alla morte di Andrea Costa. Nel 1921 aveva aderito alla scissione di Livorno ed era stato poi rieletto in quell’anno nelle liste del partito comunista.
Sraffa, antifascista e amico dei socialisti e dei comunisti, sa bene che la sua vita non sarebbe facile in Italia, e poi essere invitati da Keynes a Cambridge, il centro più importante dove si studia economia, era senza dubbio una grande occasione per un economista. Perciò Sraffa accetta l’invito, va a Cambridge nel 1927 e non tornerà più a risiedere in Italia.
I rapporti di Sraffa con Gramsci furono sempre intensi. L’8 novembre del 1927, dopo che Gramsci era stato arrestato, Sraffa era andato a trovarlo nel carcere di San Vittore.
Il processo a Gramsci e ad altri comunisti si celebra dal 28 maggio al 4 giugno 1928: Nino viene condannato a 20 anni di carcere.
Dal momento della carcerazione, Sraffa segue da lontano le vicende dell’amico tramite Tania, la cognata di Gramsci, che era impiegata presso la delegazione commerciale sovietica. Non potrebbe farlo direttamente perché, noto al regime come antifascista, non gli sarebbe stato consentito. Mentre Tania Schucht, non iscritta ad alcun partito, non desta atteggiamenti preconcetti da parte dei fascisti.
È questa triangolazione fra Gramsci, Tania e Sraffa che consente a Gramsci di lavorare in carcere sui Quaderni, consegnando così il suo pensiero al mondo e alle generazioni future.
Sraffa proviene da una famiglia borghese, benestante ma non ricca. Una sua zia molto ricca e senza figli, quando era morta gli aveva lasciato l’intero suo patrimonio. Da quel momento Sraffa non ha alcun problema economico. Apre un conto presso la libreria milanese Sperling & Kupfer dove Gramsci può ordinare tutti i libri e le pubblicazioni che gli servono per il suo lavoro di ricerca in carcere.
È certo che Sraffa manda anche denaro sia a Tania e a Gramsci. Ma di questo nessuno parla: né Gramsci, né Tania, né tanto meno Sraffa.
In quel periodo Sraffa è l’unico canale permanente fra Gramsci e il partito, dato che egli ha rapporti costanti con Angelo Tasca, con Camilla Ravera e con Palmiro Togliatti.
Dopo il trasferimento di Gramsci da Turi a Formia, nel 1935, i due amici si incontrano tre volte fra il gennaio e l’agosto di quell’anno, cinque volte nella clinica Quisisana di Rom, dove Gramsci era stato trasferito nell’agosto del 1935.
Nel loro ultimo colloquio, il 26 marzo del 1937, un mese prima di morire, Gramsci affida a Sraffa il suo messaggio per il partito sull’Assemblea Costituente. Un’idea che lo stesso Sraffa aveva avanzato negli anni di Torino senza trovare allora l’adesione dell’amico.

Sraffa ha un caratteraccio. Non tollera persone che non siano ad un alto livello di conoscenza e di cultura. Va d’accordo con chi è al suo livello, a volte neanche, tanto è vero che riesce a litigare perfino con Ludwig Wittgenstein. Con Gramsci esistono invece, fin dai tempi di Torino, affinità elettive, derivanti da intelligenza e passione civile, che dureranno per tutta la vita.
Sraffa esprime giudizi severi su molte personalità. Di Werner Stark, sociologo ed economista francese, scrive che è un “imbecille convertito al cattolicesimo”. Di Ludwig von Mises, economista della scuola austriaca, dice che è un “reazionario antidiluviano”. Di Friedrich von Hayek (futuro premio Nobel per l’economia nel 1974) afferma che è un “ultrareazionario”. Di George Bataille, antropologo e filosofo francese, che è “di scarsissimo valore”. Giovanni Demaria viene definito fra gli economisti italiani “uno dei meno reazionari-non che sia un grande elogio”
Questa sua natura lo porta a non occuparsi della teoria economica corrente, allora di moda, come l’economia marginalista, da lui disprezzata e considerata una grave deviazione del pensiero economico dalla retta via. Dopo gli scritti sul pensiero di Marshall, Sraffa si occupa invece dell’economia classica, allora fuori moda; un punto di vista “sommerso e dimenticato”, come lui scrive, ma che è per lui la vera economia, perché si occupa di questioni che riguardano la struttura del sistema, come la distribuzione del reddito fra le classi, e non si occupa di elementi intrinsecamente variabili come la domanda e l’offerta di mercato. Era la sua convinzione profonda, ma era anche un punto di vista che gli consentiva una sorta di provocazione nei confronti della teoria dominante.
Occuparsi della teoria di David Ricardo, come fa pubblicandone l’intera opera in dieci volumi più uno di indici, presenta dal suo punto di vista alcuni vantaggi non secondari:
-si tratta del massimo esponente della scuola classica;
-è colui che ha ispirato direttamente Marx;
-è scarsamente e malamente considerato dall’economia marginalista dominante.
Perciò anche questa sua opera monumentale, per cui riceve dall’Accademia di Svezia la medaglia Soderstrom, che precorre il Nobel per l’economia istituito successivamente, oltre che rappresentare una svolta nell’interpretazione del pensiero ricardiano, si può anch’essa leggere in chiave provocatoria nei confronti della teoria dominante.
Sraffa riceve anche la laurea ad honorem alla Sorbona nel 1972 e all’Università di Madrid nel 1976.
Anche la sua opera più importante Produzione di Merci a mezzo di Merci ha il senso di un ritorno ai classici in un’epoca dominata dal marginalismo e presenta pertanto un carattere fortemente innovatore e provocatore.

Il più grave scoglio che Ricardo e Marx avevano incontrato era la teoria del valore-lavoro, secondo cui il valore di una merce è dato dalla quantità di lavoro in essa contenuto. Ricardo non fu mai soddisfatto di questa teoria. Aveva anzi scritto che, alla ricerca di una misura invariabile del valore delle merci, non avendo trovato una misura che fosse perfetta, si era visto costretto a ricorrere alla misura meno imperfetta, cioè la quantità di lavoro contenuta.
Sraffa parte da questa situazione. Dovendo esprimere il prezzo di una merce in termini relativi, cioè rispetto ad un’altra merce e quindi come rapporto fra le quantità delle due merci, il problema è che una variazione del prezzo della prima merce non si può dire se dipenda dalla merce misurata o dalla merce usata come misura.
Bisogna quindi trovare una merce di cui si è sicuri che non vari il proprio valore. Tale merce non esiste, come diceva Ricardo, ma non bisogna fare come quest’ultimo, che ricorre alla quantità di lavoro contenuto. Invece è necessario costruire una merce in astratto, come una mescolanza di merci, che abbia però dei caratteri particolari. Si tratta quindi di una merce composita, che costituisce la misura dei salari e dei prezzi.
Per costruirla, nella sua opera Sraffa svolge alcuni passaggi complessi, giungendo a costruire la merce cercata e a mostrare come un sistema economico funzioni in ragione dei rapporti strutturali che si instaurano fra le merci nell’attività produttiva.
Il lavoro innovativo di Produzione di merci a mezzo di merci, al di fuori delle linee battute dagli economisti in quel periodo, non ne favorì ovviamente la conoscenza. Ma successivamente una maggiore diffusione di quell’opera e una riflessione più attenta su di essa, collocherà Sraffa tra gli economisti che hanno lasciato il segno, come i più originali e più importanti del Novecento.

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